Editoria di Stato.
Vent'anni dopo, il blog diventa un referendum.
N. 004 — 3 MAGGIO 2026
☀ IL FATTO
Il 20 aprile l’Associazione Schierarsi ha depositato in Cassazione il quesito referendario per abolire il finanziamento pubblico all’editoria. Lo slogan è lo stesso che il blog usava vent’anni fa, riformulato come titolo di una campagna: “Basta pagarli per mentirci.” Servono 500.000 firme. La raccolta è partita il 27 aprile, online tramite SPID o CIE e ai banchetti in tutta Italia.
→ Firma il referendum online (con SPID o CIE)
L’iniziativa è guidata da Alessandro Di Battista. Il contesto in cui nasce non è casuale: l’ultimo rapporto Censis registra che il 76% degli italiani ritiene le fake news sempre più sofisticate. Meta ha appena annunciato la fine del fact-checking sulle sue piattaforme. La guerra in Iran ha mostrato come l’informazione in tempo reale sia contemporaneamente arma, campo di battaglia e vittima — con i media italiani che hanno oscillato tra fonti iraniane, israeliane e americane senza che il lettore avesse modo di orientarsi.
I numeri del finanziamento pubblico all’editoria sono più bassi di un tempo ma non sono scomparsi. Nel 2018 il parlamento approvò l’abolizione progressiva dei contributi diretti: taglio del 20% nel primo anno, poi 50%, poi 75%, poi azzeramento. Non è mai avvenuto. Nessun governo — di nessun colore — ha mai applicato quei tagli. Ogni anno un milleproroghe o una legge di bilancio rinviava la scadenza. Il primo taglio effettivo del 20% era previsto per il 2026 — ed è in questo contesto che nasce il referendum: non per accelerare un taglio già deciso, ma per renderlo irreversibile.
Il sistema attuale prevede contributi diretti per cooperative, fondazioni ed enti morali non profit. Lo Stato rimborsa il 35% delle spese documentate. I beneficiari occupano circa 900 persone — 677 giornalisti e 190 poligrafici. I contributi indiretti (tariffe postali, crediti d’imposta) vanno invece a tutti i giornali, inclusi i grandi.
Fonti: Associazione Schierarsi, Dipartimento Editoria, Pagella Politica, RTM Web, Il Manifesto — 20 aprile – 2 maggio 2026
★ L’ARCHIVIO PARLA
GENNAIO 2006
Editoria di Stato
«Avete mai sentito parlare dei contributi pubblici (nostri soldi) all’editoria? Si tratta di finanziamenti dati a giornali e riviste, alcune dai nomi incredibili come: “Il campanile nuovo” o “Il mucchio selvaggio”. I contributi per il 2003 sono stati resi pubblici, ne cito alcuni: “La Padania”: quattro milioni di euro; “L’Unità”: sei milioni e ottocentomila euro; “Il Foglio”: tre milioni cinquecentomila euro; “Avvenire”: cinque milioni novecentomila euro; “Sportsman – Cavalli e Corse”: due milioni cinquecentomila euro.»
→ Leggi il post originale nell’archivio
GENNAIO 2008
La Casta dei giornali — Soldi pubblici, informazione privata
«Ma quanti sanno che lo Stato finanzia il Corriere della Sera, rimpolpando gli utili degli azionisti della RCS con elargizioni calcolate, per un solo anno, in 23 milioni di euro? (...) Il lettore non conta nulla per l’editore di un giornale, contano di più i finanziamenti pubblici (partiti), la pubblicità (Confindustria, ABI, Confcommercio) e i gadget.»
Estratto dal libro “La Casta dei giornali” di Beppe Lopez, pubblicato a puntate sul blog per settimane nel gennaio-febbraio 2008.
→ Leggi il post originale nell’archivio
SETTEMBRE 2005
La fine dei vecchi media
«In Rete la fiducia è tutto, chi cerca un’opinione, un’informazione va dove pensa di trovarla veramente. E la controinformazione, la conoscenza sono il punto di partenza per la creazione di una democrazia diretta, con la partecipazione dei cittadini, con l’eliminazione della delega in bianco a qualcuno.»
→ Leggi il post originale nell’archivio
◯ LA DISTANZA
GENERATO DA INTELLIGENZA ARTIFICIALE — Non rappresenta il pensiero di alcuna persona vivente o scomparsa.
Questo è il tema su cui il Blog è nato. Non uno dei temi: il tema. Nel gennaio 2006 — il Blog aveva meno di un anno — il primo post sull’editoria di Stato elencava cifre con nomi e cognomi: La Padania quattro milioni, L’Unità sei milioni, Il Foglio tre milioni, Sportsman Cavalli e Corse due milioni e mezzo. Soldi pubblici, nostri soldi, regalati a giornali che nessuno comprava abbastanza per restare in piedi. Due anni dopo il blog pubblicò per settimane intere gli estratti della “Casta dei giornali” di Beppe Lopez — il primo libro che smontava i numeri del finanziamento pezzo per pezzo: 23 milioni al Corriere in un solo anno, miliardi di euro in due decenni, un sistema in cui “il lettore non conta nulla per l’editore.”
Vent’anni dopo quella denuncia è diventata un quesito referendario. Il passaggio non è banale. Per vent’anni la critica è rimasta online — blog, post, V-Day, proposte di legge che non sono mai arrivate in aula. Nel 2018 il parlamento votò l’abolizione progressiva. Nessun governo l’ha mai attuata. Ogni anno un rinvio, un milleproroghe, una scusa. Il referendum è il tentativo di rendere la scelta irreversibile — non delegarla a un parlamento che ha dimostrato, per otto anni consecutivi, di non volerla prendere.
La diagnosi del Blog era corretta, e il tempo l’ha confermata. Il meccanismo è semplice e non è mai cambiato: se i partiti pagano l’informazione, l’informazione non parlerà male del sistema partitico. Non è una teoria — è un conflitto d’interesse strutturale che si riproduce da decenni. Testate che ricevono contributi pubblici e contemporaneamente politicizzano la propria linea editoriale, schierandosi con chi decide l’entità di quei contributi. Giornali che hanno come azionisti di riferimento fondazioni politiche, enti morali legati a partiti o a correnti, e che usano i fondi pubblici non per informare ma per orientare. Il risultato è un sistema che il Blog aveva diagnosticato nel 2006 e che nel 2026 funziona ancora allo stesso modo: oltre quattro miliardi di euro spesi tra il 2003 e il 2017, secondo il Dipartimento per l’informazione e l’editoria. Quattro miliardi per un’informazione che il 76% degli italiani oggi giudica sempre meno affidabile.
Chi difende i finanziamenti pubblici usa un argomento: senza soldi dello Stato, chi paga il giornalismo? Ma l’argomento confonde il giornalismo con i giornali. I grandi quotidiani — Corriere, Repubblica — si reggono oggi sugli abbonamenti digitali, non sui contributi pubblici. Le testate che ricevono i finanziamenti diretti sono un altro mondo: giornali di partito, cooperative, enti morali. E la domanda vera non è se queste testate chiuderanno — è se la loro chiusura rappresenti una perdita di informazione o una perdita di propaganda.
L’argomento del “pluralismo” è stato usato per decenni come scudo per rendere intoccabile il sistema. Ma che pluralismo è quello in cui lo Stato finanzia giornali che rispondono ai partiti? Il pluralismo reale — quello che il Blog immaginava — non nasce dal finanziamento pubblico. Nasce dall’indipendenza economica. Il Blog ne era la dimostrazione: gratuito, indipendente, senza un centesimo di contributi pubblici, letto da milioni di persone. Non è stato chiuso dal mercato né dall’establishment. Si è fermato perché il suo creatore, Gianroberto Casaleggio, è morto. Il Blog era un atto editoriale personale — viveva della visione di chi lo scriveva, non di un modello di business. Il fatto che abbia funzionato per oltre un decennio senza finanziamenti pubblici dimostra l’opposto di ciò che l’establishment sostiene: l’informazione indipendente non ha bisogno dello Stato. Ha bisogno di qualcuno che ci creda abbastanza da farla.
Il referendum del 2026 è il figlio diretto di vent’anni di questa battaglia. Non chiede chi pagherà i giornalisti — chiede perché i cittadini devono pagare per un sistema che li informa male e che non morderà mai la mano che lo nutre. La rete nel 2005 era la promessa di un’alternativa. Nel 2026 quell’alternativa esiste — imperfetta, caotica, piena di rumore — ma esiste. E ha un vantaggio che i giornali finanziati dallo Stato non avranno mai: non deve niente a nessuno.
◉ IL METRO
Pertinenza dell’archivio su questo tema:
█████████░ 9/10
Questo è il tema fondativo del Blog. Non un tema trattato: il tema per cui il Blog è nato. Dal primo post del 2005 all’ultimo del 2016, l’archivio contiene decine di interventi sui finanziamenti pubblici all’editoria — con nomi, cifre, leggi, e una serializzazione intera di un libro dedicato all’argomento. Due proposte di legge depositate dal M5S per l’abolizione. Un V-Day dedicato alla libertà di informazione. Nel 2018 il blog annunciò la “progressiva abolizione” come risultato di governo. Il referendum del 2026 è il figlio diretto di questa battaglia ventennale.
Ciò che l’archivio non copriva: Il Blog denunciava il meccanismo — partiti che pagano giornali, giornali che non criticano i partiti — con una chiarezza che il tempo ha confermato. L’argomento del “pluralismo” usato per difendere i finanziamenti è stato smontato dai fatti: il pluralismo finanziato dallo Stato non ha prodotto informazione migliore, ha prodotto dipendenza. Il punto cieco dell’archivio riguarda la scala del problema nel 2026: la disinformazione oggi non viene solo dai giornali finanziati, ma da un ecosistema digitale — social, algoritmi, AI generativa — che il Blog nel 2006 non poteva prevedere. Il referendum risolve metà del problema. L’altra metà è un campo aperto.
⚙ LA MACCHINA
Questo post è prodotto da un sistema automatico. La sezione «Il fatto» è verificata da fonti giornalistiche. La sezione «L’archivio parla» contiene citazioni letterali da post pubblicati su ilblogdellestelle.it tra il 2005 e il 2016. La sezione «La distanza» è interamente generata da intelligenza artificiale che confronta il corpus storico con i fatti della settimana — non è attribuibile ad alcun autore umano.
Il progetto nasce in occasione del decennale della scomparsa di Gianroberto Casaleggio (12 aprile 2016) come esercizio di archeologia del pensiero politico digitale. Il Blog è congelato: nessun post originale viene modificato, nessun commento aggiunto. Solo il presente cambia.



"Tutto fa brodo" è un modo di dire italiano che significa che ogni cosa, contributo o aiuto, anche se piccolo o insignificante, può tornare utile per raggiungere un obiettivo.
Ritorna vincente, alle elezioni amministrative in GB, Nigel Farage, il padrino della Brexit.
Sul Blog, il personaggio Farage, è stato considerato vicino al pensiero del fuM5S ma a torto, Gianroberto era quanto di piu lontano da politiche escludenti.
Chi lo dava per spacciato, insieme alla Brexit, si dovrà ricredere. Farage è resuscitato con il nuovo marchio Reform UK, con programma simile al Movimento MAGA.
Il nuovo corso mondiale è trascinato dal trumpismo e Nigel Farage non poteva che fa parte della minestrina in brodo.
https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo-del-giorno/17014-la-verita-che-fa-liberi