N. 032 · 20 SETTEMBRE 2026
☀ IL FATTO
Mercoledì 17 settembre caccia russi hanno violato lo spazio aereo della Lituania e sono decollati due Eurofighter italiani, impegnati nella sorveglianza aerea del fianco orientale della NATO. La presidente del Consiglio ha commentato invitando l’Unione europea a non rispondere alle provocazioni di Mosca. Il giorno dopo, dal Forum risorsa mare di La Spezia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato che la Marina militare garantirà il passaggio delle navi italiane lungo lo Stretto di Bab el-Mandeb, con una formula netta: abbiamo deciso, con il capo di Stato maggiore, di non aspettare che sia Aspides a decidere se le navi possono passare o meno. Sabato la fregata Bergamini scortava un mercantile italiano nello stretto. Nel frattempo il presidente francese avvertiva che gli attacchi ibridi in Europa non resteranno senza risposta.
In pochi giorni, dunque, caccia italiani intercettano aerei russi sul Baltico e navi italiane scortano mercantili sotto tiro nel Mar Rosso, con una decisione presa a Roma anziché attesa da Bruxelles. Nessuno di questi atti si chiama guerra.
Non è una sottigliezza lessicale. La Costituzione tratta quella parola come una soglia: l’articolo 11 stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e l’articolo 78 affida alle Camere il compito di deliberare lo stato di guerra e di conferire al governo i poteri necessari. Dal 1948 quella deliberazione non è mai stata adottata, in nessuna delle occasioni in cui militari italiani hanno operato in teatri armati. Le missioni all’estero seguono un’altra strada, quella della legge quadro del 2016, che prevede un passaggio parlamentare di autorizzazione. Il Parlamento quindi vota, ma vota missioni. La parola che farebbe scattare l’articolo 78 resta inutilizzata da settantotto anni.
Fonti: DIRE, Today, TGCOM24, Ministero della Difesa, Costituzione della Repubblica Italiana, legge 145/2016, settembre 2026
★ L’ARCHIVIO PARLA
28 LUGLIO 2011
La Neolingua Italiana
«Nella moderna lingua italiana ispirata alla Neolingua del Socing, l’ideologia totalitaria del mondo di “1984” di Orwell, le parole indicano l’opposto del loro significato originale. Chi aderiva al Socing doveva credere a tre leggi: “L’ignoranza è forza”, “La guerra è pace” e “La libertà è schiavitù”. Le stesse che regolano la Neodemocrazia Italiana. (...) Siamo in missione di pace in Libia e in Afghanistan e liberi di lavorare fino alla morte.»
Nello stesso post il Blog citava altri due casi della stessa tecnica: “inceneritore” diventato “termovalorizzatore”, e “finanziamento elettorale” diventato “rimborso”. La spiegazione era quella di Orwell: il problema non è inventare parole nuove, è stabilire quali parole quelle nuove vanno a cancellare.
→ Leggi il post originale nell’archivio
GENNAIO 2013
Guerra e pace
«La nostra politica estera deve attenersi strettamente alla Costituzione. Mai più guerre per favorire gli interessi di altre potenze, mai più guerre se non per scopi difensivi. Vanno ritirati i nostri soldati dall’Afghanistan (...), dall’Iraq e da ogni teatro di guerra.»
Il post riportava per esteso l’articolo 11 e notava che la Germania, pur appartenendo alla NATO, non era entrata nella guerra di Libia.
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19 NOVEMBRE 2015
Il terrorismo nasce dai bombardamenti · Massimo Fini
«Siamo in guerra da 15 anni ma non ci siamo accorti che eravamo in guerra, perché tanto eravamo solo noi a colpire, perché i bombardieri e le armi tecnologiche le abbiamo noi e qui non abbiamo mai avuto la percezione di essere in guerra.»
→ Leggi il post originale nell’archivio
◯ LA DISTANZA
GENERATO DA INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Non rappresenta il pensiero di alcuna persona vivente o scomparsa.
Nel luglio 2011 il Blog dedicò un post alla lingua del potere, prendendo a prestito Orwell. La tecnica, spiegava, non consiste tanto nell’inventare parole nuove quanto nello stabilire quali parole quelle nuove vanno a cancellare. Gli esempi erano tre: “inceneritore” diventato “termovalorizzatore”, “finanziamento elettorale” diventato “rimborso”, e la guerra diventata missione di pace. Quindici anni dopo il terzo esempio è ancora in funzione, e la settimana appena trascorsa lo mostra con una nitidezza rara.
In sette giorni due Eurofighter italiani sono decollati per intercettare caccia russi sul Baltico e una fregata italiana ha scortato un mercantile sotto tiro nel Mar Rosso, mentre il ministro della Difesa spiegava di aver deciso con il capo di Stato maggiore senza aspettare la missione europea. Sono atti militari compiuti da forze armate italiane in aree dove si spara. Nessuno di essi si chiama guerra, e questo non è un dettaglio retorico.
La parola è una soglia giuridica. L’articolo 78 della Costituzione stabilisce che sono le Camere a deliberare lo stato di guerra e a conferire al governo i poteri necessari, e l’articolo 11 circonda quella parola di un divieto. Chiamare guerra una guerra significherebbe attivare la procedura più pesante che l’ordinamento conosca, con un voto solenne del Parlamento e una responsabilità politica che nessuno vuole firmare. Chiamarla missione, operazione, sorveglianza o presenza significa restare dentro un binario più agevole, quello della legge quadro del 2016 che il Parlamento comunque autorizza, ma autorizzando un’altra cosa. Dal 1948 lo stato di guerra non è mai stato deliberato, pur avendo l’Italia avuto più volte militari sotto il fuoco. La parola è stata accuratamente aggirata ogni volta.
L’archivio aveva visto il meccanismo per intero. Nel 2013 il Blog scriveva che la politica estera deve attenersi strettamente alla Costituzione, citando l’articolo 11 per esteso e ricordando che la Germania, pur stando nella NATO, si era tenuta fuori dalla guerra di Libia. Era un modo per dire che l’appartenenza a un’alleanza non cancella la facoltà di decidere, e quindi nemmeno la responsabilità di rispondere ai propri cittadini di quella decisione. Il paradosso del 2026 è che quella facoltà oggi viene rivendicata con forza, perché il ministro annuncia di non voler aspettare Bruxelles, ma viene rivendicata verso l’esterno e non verso l’interno. Autonomia dall’Europa, sì. Passaggio dal Parlamento con il nome vero delle cose, no.
E poi c’è l’osservazione di Massimo Fini, pubblicata dal Blog nel novembre 2015, che è la chiave di tutto: siamo in guerra da quindici anni senza accorgercene, perché a colpire eravamo solo noi e qui la guerra non si vedeva. Undici anni dopo quel conteggio va aggiornato, ma il punto è cambiato di segno. Nel 2015 non ce ne accorgevamo perché le conseguenze cadevano lontano da casa. Nel 2026 non ce ne accorgiamo perché i fatti arrivano vicinissimi, spazio aereo europeo, rotte commerciali, attacchi ibridi, e continuiamo a usare parole che li descrivono come amministrazione ordinaria.
Resta la domanda che il Blog poneva nel 2011 e che nessuno ha ancora sciolto. Se una parola viene evitata con tanta costanza, è perché pronunciarla costringerebbe qualcuno a fare qualcosa. Nel caso dell’articolo 78 quel qualcosa ha un nome preciso: chiedere il permesso ai cittadini attraverso i loro rappresentanti. La Neolingua non serve a rendere le cose più eleganti. Serve a risparmiare un voto.
◉ IL METRO
Pertinenza del Blog su questo tema:
████████░░ 8/10
Il rapporto fra le parole e il potere è uno dei filoni più riconoscibili dell’archivio, e il post sulla Neolingua del 2011 ne è il documento più compiuto: individua la tecnica, la nomina, e porta tre esempi fra cui esattamente quello che questa settimana torna d’attualità. Sul merito militare il Blog è stato altrettanto costante, con la richiesta ripetuta che la politica estera si attenga all’articolo 11 e con il ritiro dai teatri di guerra come posizione dichiarata.
Ciò che il Blog non copriva: L’archivio trattava le missioni come guerre di aggressione mascherate, combattute lontano e per interessi altrui. Non aveva previsto uno scenario in cui gli atti militari italiani riguardano la difesa dello spazio aereo europeo e la protezione di navi mercantili sotto attacco, cioè situazioni in cui l’argomento difensivo è molto più solido di quanto lo fosse in Iraq o in Libia. Il che rende la questione del nome più delicata, non meno: quanto più una scelta militare è difendibile, tanto meno dovrebbe servire un eufemismo per sostenerla davanti al Parlamento.
⚙ LA MACCHINA
Questo post è prodotto da un sistema automatico. La sezione «Il fatto» è verificata da fonti giornalistiche. La sezione «L’archivio parla» contiene citazioni letterali da post pubblicati su ilblogdellestelle.it tra il 2005 e il 2016. La sezione «La distanza» è interamente generata da intelligenza artificiale che confronta il corpus storico con i fatti della settimana, non è attribuibile ad alcun autore umano.
Il progetto nasce in occasione del decennale della scomparsa di Gianroberto Casaleggio (12 aprile 2016) come esercizio di archeologia del pensiero politico digitale. Il Blog è congelato: nessun post originale viene modificato, nessun commento aggiunto. Solo il presente cambia.
ilblogdellestelle.it · L’archivio che guarda il presente
In memoria di Gianroberto Casaleggio (1954–2016)



La competizione come unico valore.
Parlare di sana o malata competizione è lo stesso.
La competizione uccide l'anima
I giovani che si fanno selfie sui binari mentre arriva un treno o scalano un traliccio dell'alta tensione morendo folgorati, sono ossessionati dalle sfide competitive. Colpa del dark web?
La cultura della sfida competitiva è veicolata dai media tradizionali h 24.
Se non sei campione in qualcosa non vali niente.
La guerra ibrida contro l'Occidente è in corso da anni. Uno dei mezzi è da sempre lo spaccio di droga, spaccio che avviene con il consenso dei governi stessi e delle politiche che hanno liberalizzato il consumo pro capite.
Oggi, la guerra ibrida a mezzo stupefacenti, avviene con la potenza di fuoco dell'intelligenza Artificiale.
Drogarsi costa poco e produce danni altissimi alla collettività (fermo restando che chi si vuole drogare è libero di suicidarsi).
"Nel mondo dei narcotici e delle sostanze sintetiche (come il fentanyl), i cartelli e i chimici clandestini usano l’IA senza alcun vincolo etico o legale. Gli algoritmi di IA possono calcolare in pochissimi minuti decine di nuove varianti molecolari o rotte alternative per produrre sostanze stupefacenti partendo da precursori legali o facili da reperire. Questo aggira i controlli delle forze dell’ordine e riduce i costi di approvvigionamento delle materie prime. I produttori illegali non devono dimostrare che la sostanza sia sicura, saltano completamente la sperimentazione animale e i trial clinici sull’uomo, usando direttamente i consumatori come “cavie”.