N. 031 · 13 SETTEMBRE 2026
☀ IL FATTO
L’11 settembre la Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospensiva presentata da Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria. Resta quindi efficace il decreto del 27 luglio: l’area a caldo dello stabilimento di Taranto, cioè cokerie, altiforni e acciaierie, il cuore del ciclo integrale, dovrà essere spenta entro il 28 ottobre. Il ricorso in Cassazione non sospende l’esecutività, e i tempi della Suprema Corte non sono compatibili con la scadenza.
La motivazione è una sola riga: nel bilanciamento fra gli interessi costituzionali in gioco deve prevalere la tutela della salute. I giudici citano oltre duemila tonnellate di amianto presenti negli altiforni e norme dell’AIA giudicate troppo permissive, conformandosi a quanto già stabilito dalla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Chi ha ottenuto questo risultato non è un partito né un sindacato. È un procedimento civile avviato a Milano nel 2021 da undici cittadini di Taranto, fra cui un bambino di dodici anni gravemente malato, insieme all’associazione Genitori Tarantini. Cinque anni di giudizi, passati per il Tribunale, la Corte europea e due volte la Corte d’Appello, tutti favorevoli ai residenti.
Resta il conto che nessuno ha preparato. La più grande acciaieria d’Europa a ciclo integrale si spegne in meno di due mesi, con oltre diecimila posti di lavoro coinvolti fra stabilimento e indotto. Fim, Fiom e Uilm chiedono al governo di convocare immediatamente un tavolo permanente a Palazzo Chigi e di bloccare i licenziamenti.
Fonti: ANSA, Il Fatto Quotidiano, Fortune Italia, Teleborsa, TarantoToday, 11-12 settembre 2026
★ L’ARCHIVIO PARLA
FEBBRAIO 2011
I veleni di Taranto
«Taranto è una città a rischio estinzione. Un luogo benedetto da Dio e stramaledetto dagli uomini. Si respirano diossina e benzopirene in quantità industriali e i tumori sono ormai la norma. Il solito ricatto “lavoro o salute”, come se le due cose fossero inconciliabili e non si potesse lavorare senza inquinare l’ambiente e uccidere le persone.»
Il post riportava che lo stabilimento aveva dichiarato di emettere il 92% di tutta la diossina prodotta industrialmente in Italia, e che l’ultimo dato disponibile sulle morti per neoplasie a Taranto risaliva al 2003 perché da allora mancava un registro tumori.
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28 LUGLIO 2012
Taranto: meglio morire di tumore o di fame?
«L’assenza della politica si mostra anche nell’assenza di registri tumori aggiornati e mappe epidemiologiche e anche nel fatto che non si è mai aperto un tavolo tra istituzioni e abitanti per discutere di cosa fare dopo l’Ilva.»
Il post usciva due giorni dopo il sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area a caldo firmato dal gip Patrizia Todisco, che scriveva: «Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto». Il ministro dell’Ambiente Clini rispose: «Lo stabilimento non va bloccato».
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AGOSTO 2012
ILVA, una favola noir
«La situazione drammatica di Taranto dove i tumori sono diffusi come il raffreddore era evidente anche a un cieco. Se non veniva denunciata dai partiti, dai governi, dalla Confindustria e dalla stampa nazionale vuol dire che erano tutti in torta con diversi interessi. (...) Questa è una favola noir, senza lieto fine, dove nessuno si prende alcuna responsabilità, la gente muore per anni per incuria e per interesse.»
Il post partiva dalla frase del responsabile delle pubbliche relazioni dell’Ilva, Girolamo Archinà: «Io ho sempre sostenuto che bisogna pagare la stampa per tagliargli la lingua».
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◯ LA DISTANZA
GENERATO DA INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Non rappresenta il pensiero di alcuna persona vivente o scomparsa.
Il 26 luglio 2012 il gip Patrizia Todisco firmò il sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area a caldo dell’Ilva: parchi minerali, cokerie, agglomerato, altiforni, acciaierie. Due giorni dopo il Blog pubblicò un lungo post da Taranto con una frase che oggi va riletta parola per parola: la politica è morta e Taranto è il suo cimitero. Il ministro dell’Ambiente Clini rispose che lo stabilimento non andava bloccato, e che il giudizio sui rischi andava attualizzato.
Quattordici anni dopo, la stessa area a caldo si spegne davvero, e stavolta non c’è decreto che tenga. La differenza fra il 2012 e il 2026 non sta nei fatti, che sono gli stessi, ma in chi ha ottenuto il risultato. Nel 2012 fu un giudice penale, e lo Stato rispose con una sequenza di decreti che consentirono di continuare a produrre. Nel 2026 sono undici cittadini di Taranto, fra cui un bambino di dodici anni gravemente malato, e l’associazione Genitori Tarantini, che nel 2021 hanno avviato una causa civile a Milano e l’hanno vinta cinque volte di fila, davanti al Tribunale, alla Corte di giustizia europea e due volte alla Corte d’Appello.
Questo è il punto che l’archivio non aveva previsto. Il Blog immaginava la mobilitazione, la piazza, il voto, il referendum come leve del cambiamento, e sul referendum tarantino annotava che era stato osteggiato sine die. Lo strumento che ha funzionato è stato un ricorso civile ordinario, fatto da privati cittadini con i loro avvocati, in un tribunale a ottocento chilometri da casa, per cinque anni. Nessun clamore, nessun palco. Solo una causa.
Sulla diagnosi invece l’archivio regge tutto. Nel 2011 il Blog scriveva che il ricatto fra lavoro e salute era falso, che le due cose non sono inconciliabili, e che Taranto era una città a rischio estinzione dove i tumori erano la norma. Nell’agosto 2012 aggiungeva la parte scomoda: se una situazione così evidente non veniva denunciata da partiti, governi, Confindustria e stampa nazionale, era perché avevano tutti un interesse a tacere. La frase del responsabile delle relazioni pubbliche dell’Ilva, che diceva di aver sempre sostenuto che la stampa si paga per tagliarle la lingua, è rimasta il documento più chiaro di quella stagione.
E poi c’è la frase che oggi pesa più di tutte, ed è del 28 luglio 2012: non si è mai aperto un tavolo tra istituzioni e abitanti per discutere di cosa fare dopo l’Ilva. Quattordici anni dopo, il tavolo lo chiedono i sindacati adesso, a sette settimane dallo spegnimento, mentre oltre diecimila persone fra stabilimento e indotto aspettano di sapere cosa ne sarà di loro. Il Blog nel 2012 scriveva anche che in quattro anni si potevano costruire alternative e dare lavoro a tutti i lavoratori. Di anni ne sono passati quattordici, e l’alternativa non l’ha costruita nessuno: non i governi che si sono succeduti, e nemmeno il movimento nato da quelle pagine, che nel frattempo a Palazzo Chigi ci è arrivato.
Il ricatto denunciato nel 2011 era reale, e oggi finisce nel modo peggiore: si interrompe dalla parte sbagliata. La salute ha vinto in tribunale, come doveva, ma il lavoro che avrebbe dovuto sostituire quello dell’area a caldo non esiste, perché in quattordici anni nessuno lo ha costruito. A Taranto restano una fabbrica da spegnere, duemila tonnellate di amianto negli altiforni, una bonifica mai fatta e diecimila persone. La favola noir del 2012 finisce come il Blog aveva scritto: senza lieto fine.
◉ IL METRO
Pertinenza del Blog su questo tema:
█████████░ 9/10
Taranto è una delle coperture più continue e documentate dell’intero archivio. Il Blog ci è tornato dal 2011 al 2016 con dati di emissione, cifre di mortalità, nomi di dirigenti e ministri, interviste dal territorio e la cronaca in presa diretta del sequestro del 2012. Aveva individuato con precisione tutti gli elementi che tornano oggi nelle motivazioni dei giudici: la falsità del ricatto fra lavoro e salute, l’obsolescenza di un impianto costruito nel 1961 e mai davvero rimodernato, l’assenza di registri tumori, la complicità del silenzio.
Ciò che il Blog non copriva: Il Blog si aspettava che il cambiamento arrivasse dalla mobilitazione e dal voto, e non aveva previsto che a spegnere la più grande acciaieria d’Europa sarebbe stata una causa civile ordinaria promossa da undici cittadini e da un’associazione di genitori, con il decisivo avallo della Corte di giustizia europea. Non aveva previsto che i quattro anni che riteneva sufficienti per costruire un’alternativa sarebbero diventati quattordici senza che nulla venisse costruito. E non si era posto fino in fondo la domanda che oggi Taranto ha davanti: cosa succede il giorno dopo la vittoria, quando la fabbrica si ferma e il lavoro promesso non c’è.
⚙ LA MACCHINA
Questo post è prodotto da un sistema automatico. La sezione «Il fatto» è verificata da fonti giornalistiche. La sezione «L’archivio parla» contiene citazioni letterali da post pubblicati su ilblogdellestelle.it tra il 2005 e il 2016. La sezione «La distanza» è interamente generata da intelligenza artificiale che confronta il corpus storico con i fatti della settimana, non è attribuibile ad alcun autore umano.
Il progetto nasce in occasione del decennale della scomparsa di Gianroberto Casaleggio (12 aprile 2016) come esercizio di archeologia del pensiero politico digitale. Il Blog è congelato: nessun post originale viene modificato, nessun commento aggiunto. Solo il presente cambia.
ilblogdellestelle.it · L’archivio che guarda il presente
In memoria di Gianroberto Casaleggio (1954–2016)



""Per la prima volta, Israele, un Paese sostenuto da Usa e Europa, difensori autoproclamati del diritto internazionale e delle libertà fondamentali, ha portato avanti un genocidio senza essere fermato. Un elemento del tutto inaspettato. Tanti, me incluso, prima del 7 ottobre, erano convinti che se il governo israeliano avesse cercato di sterminare ed espellere i palestinesi dal proprio territorio, sarebbe stato stoppato nel giro di qualche settimana. Non è avvenuto. Non solo. Quelle nazioni che hanno plasmato l’Onu e firmato la Convenzione contro il genocidio hanno fornito a Israele sostegno economico, politico e militare. E – questa è l’altra caratteristica unica del “caso Gaza” nel mondo post Seconda guerra mondiale – le hanno consentito di trarre profitto da tali crimini. Un precedente molto pericoloso.""
Chi scrive è uno scrittore israeliano che ha chiaro un fatto: siamo in fine vita.
"A Taranto restano una fabbrica da spegnere, duemila tonnellate di amianto negli altiforni, una bonifica mai fatta e diecimila persone."
10 mila persone da mantenere con un reddito.
Chi paga la bonifica, i danni, i lavoratori?
Negli USA la bonifica alle Torri Gemelle è avvenuta l'11 settembre 2001, tramite abbattimento terroristico e la morte di quasi 3 mila persone che vi lavoravano, oltre a decessi negli anni seguenti, per esposizione all'amianto.